CAPITOLO UNDICI – C’è una strada che non finisce mai

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STORIA COMPLETA: https://gattocolsombrero.wordpress.com/category/storie-raccolte-dentro-e-fuori-di-me/roba-coca-e-piombo/

E così, alla fine, è successo. E’ successa la perversità che arrivassi a prendermi cura di un bastardo che avevo giurato sulla mia anima di ammazzare. Ho perso il conto, degli omicidi che ho compiuti negli ultimi sette anni. Ho ammazzato uomini d’ affari, criminali comuni, boss, politici e probabilmente anche delle brave persone. Comunque, quasi tutti coloro che ho liquidato, avevano sulla coscienza dei crimini gravi. Eppure, a me personalmente, non avevano mai fatto niente, quindi, se qualcuno non mi avesse pagata per ammazzarli, non gli avrei mai nemmeno augurato la morte. Invece LUI…il bastardo che sto accudendo come se fossi la sua crocerossina personale….. LUI….. l’ uomo che ho amato, che ho scelto di seguire, malgrado non avesse altro da offrirmi che una vita da tossica gettata per strada…. LUI…. che prima mi ha tradita, costringendomi a prostituirmi per procurarsi la droga di cui avevamo sempre più bisogno, ed  infine, non contento di avermi fatto toccare tutti i gradini più bassi ed infimi della degradazione umana, m’ ha fatto capire che, l’ inferno in cui mi aveva fino ad allora cacciata, era niente, rispetto a ciò che la sua mente malata da tossico infame aveva riservato per me. E così mi ha venduta ! Mi ha venduta al racket degli albanesi ! Quattro mesi, passati a fare solo tre cose: mangiare, dormire, e fare la puttana. Ridotta ad oggetto, fonte di guadagno per dei pezzi di merda, deposito per la sborra dei peggiori rifiuti della città….picchiata, umiliata, violentata ogni volta che i miei aguzzini trovavano un pretesto per farlo. Quattro mesi, prima di trovare quel sussulto di disperazione e piantare un coccio di vetro nella gola di uno dei miei carcerieri. Scappare senza soldi, senza vestiti, senza speranze di uscirne viva. Perchè non sarei durata nemmeno mezza giornata, per la strada, prima che la banda mi ritrovasse. Nè avrei potuto sperare in una morte rapida ed indolore, quando mi avessero ripresa. Sarei morta atrocemente, senza l’ incontro provvidenziale che avrebbe cambiato nuovamente la mia vita, scaraventandomi in un altro inferno, sì, ma, perlomeno, un inferno in cui avrei recitato la parte del diavolo, e non più della vittima. Lo stesso inferno che sto vivendo da allora e tuttora.

Ho finito di rappezzarlo, adesso. Non si può dire che sia un bel vedere: il volto completamente tumefatto, un occhio praticamente chiuso, ed una infinità di lividi e tagli su tutto il corpo. Eppure, è ancora vivo. L’ unico uomo che ho veramente, ardentemente sognato e desiderato di uccidere, e che invece ho risparmiato proprio quando il destino me lo ha presentato su un piatto d’ argento. Ora lo guardo fisso. Anche lui mi guarda. Nessuno di noi due parla.
Arraffo la bottiglia di wiskey e ne mando giù una poderosa sorsata. Lo sento scendere giù, dall’ esofago allo stomaco, lo sento bruciarmi le viscere, lungo il suo tragitto. Ma ancora di più, mi brucia l’ anima LUI. Il fatto che LUI sia qui, nella mia camera d’ albergo, disteso sul mio letto, ridotto a malpartito, eppure vivo.
Prendo il pacchettino di coca che ho comprato appena un’ ora fa. Ne sciolgo un buon grammo in tre cl d’ acqua, li aspiro nella siringa e me li inietto di botto. Stavolta non ho difficoltà a trovare una vena: la rabbia e lo sforzo fisico me le hanno fatte affiorare bene in superficie. Sento la botta, ma non provo alcun piacere, anzi…. l’ effetto della coca mi manda in tilt, e comincio a piangere. Piango come una bambina, come non avevo mai pianto, nemmeno nelle  notti da incubo della mia schiavitù.
Non posso restare così. I miei nervi, già scossi, sono portati allo scoperto dalla cocaina. Ed allora tracanno un’ altra dose extralarge di wiskey, e mi preparo una dose dell’ eroina che mi è avanzata dal mio arrivo in città. Ho appena bucato una vena, che il mio sguardo si posa ancora su di LUI. Lo vedo tremare come una foglia. Si direbbe che abbia quasi le convulsioni. Gli chiedo cosa c’ è. Lui mi risponde:
Cosa vuoi che ci sia? Sono a rota, e sta iniziando l’ astinenza. Se non mi vuoi ammazzare, passami la giacca. Ho della roba nelle tasche”
Ma adesso, mi riconcentro su me stessa. Mi inietto la mia dose, ma solo per metà. Aspetto la botta, lascio che l’ eroina mi sciolga per bene tutti i nervi portati allo sfascio dagli avvenimenti e dalla coca. Poi, estraggo la siringa con ancora una buona parte di liquido, mi pulisco il sangue, e mi avvicino a lui. Gli prendo un braccio. E’ segnato dalle cicatrici delle iniezioni, ma le sue vene sono ancora incredibilmente ben in vista e superficiali. Gliene buco una con la stessa siringa con cui mi sono fatta io, aspiro un pò di sangue, ed immediatamente gli riverso il contenuto rimanente. Lo sento rilassarsi: il suo respiro rallenta, gli occhi gli si appannano e le palpebre si abbassano. Piomba subito in stato catatonico, si assopisce. Allora, mi stendo di fianco a lui, mi accoccolo al suo fianco, e mi lascio cullare a mia volta dai sogni dell’ eroina.

NOTA: i racconti e le storie di questo blog vengono pubblicati nel momento stesso in cui sono concepiti. Senza revisioni. Una volta terminati, la voglia di rollarmi una canna è tanta, da tralasciare persino il controllo ortografico. Per cui, il lettore potrebbe riscontrare delle incongruenze nei tempi, nei fatti e nelle circostanze fra un capitolo e l’ altro; o dei banali errori di sintassi e di grammatica. Questo perchè le storie di questo blog sono grezze, non hanno alcuna pretesa letteraria nè subiscono altro processo creativo che non sia l’ immediata stesura del testo. Mi scuso per gli eventuali errori ed inesattezze, ma tanto, alla fine, non avete mica pagato per leggermi, no? ;-)

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